Le Droites – Via Ginat –

Tre Giorni Intensi…dove? in Bianco..

Giovedi si parte direzione Argentière dove ripetiamo fino al punto dove tutte le cordate si calano in doppia, la classica Ravanel-Frendo. Bella via in ottime condizioni di misto roccia e ghiaccio.. insomma una classica, con un po’ troppa gente a mio avviso in via.. ma tutto sommato neanche troppo disturbati.
Dopo ci dirigiamo verso il rifugio Argentière l’indomani ci aspetta “la salita”, via Ginat alle Le Droites, qui mi fermo perché poche parole pure scritte male non darebbero il giusto valore a questa salita intensa, solo un sentito grazie a Dario socio di avventura… GRAZIE!!

Le Salite

Aiguille Carèe Via Ravanel-Frendo 500,II,5.

Le Droites Via Ginat 1000,V,5,M4+…

 

Dopo alcuni anni riscrivo:

Les Droites

 

Non esistono proprie montagne, si sa, esistono però proprie esperienze. Sulle montagne possono salirci molti altri, ma nessuno potrà mai invadere le esperienze che sono e rimangono nostre.” (W. Bonatti)

 

Una volta ho scritto:“Un giorno mi piacerebbe raccontare di una salita di quelle “vere”, una salita di quelle che temi ancor prima di partire, una di quelle che quando sei partito non pensi più di temerla perché ormai sei dentro di lei e ti avvolge come una morsa in sensazioni più uniche che rare. M.F.” Il racconto che state per leggere è la realizzazione, qualche anno più tardi, di queste parole che sono state una sorta di profezia, almeno così a me piace pensare.

Giovedì si parte: direzione Argentière. Siamo io e Dario, socio di tante avventure per monti. E’ una fredda e limpida mattina di inizio marzo. Arriviamo, ancora un poco pigri, al capolinea della funivia dei Grands Montets. Il viaggio comincia. Ci mettiamo in movimento dapprima lentamente. La quota inizia a farsi sentire e ci obbliga al necessario acclimatamento. Carburiamo. Gradualmente ci allontaniamo dal resto del mondo e lasciamo alle spalle tutto per immergerci – mente e corpo – nella Montagna. Senza sprecare troppe energie, raggiungiamo l’attacco della classica Ravanel-Frendo all’Aguille Carrée (500, II, 5). Bella via di misto roccia e ghiaccio, in ottime condizioni. Una classica, insomma. Con un po’ troppa gente in via – mi dico – ma tutto sommato procediamo neanche troppo disturbati. La ripetiamo fino al punto dove tutte le cordate si calano in doppia. E così facciamo anche noi. Ancora poche ore di luce e questa prima giornata giungerà al termine.

Verso le otto raggiungiamo il rifugio Argentière per attendere il giorno seguente. L’indomani, infatti, ci aspetta il nostro vero obiettivo, una delle salite per eccellenza: la via Ginat alla parete Nord delle Droites (1000,V, 5, M4+). Salita intensa e di enorme impegno, che fino a quel momento avevo potuto solo immaginare, assaporare attraverso foto e report, ma che da lì a poche ore mi sarei trovato ad affrontare con le mie stesse forze.

La corta notte è terminata. Si parte. Sono le due e venti del mattino quando lasciamo il rifugio per dirigerci verso la crepacciata terminale che permette l’accesso alla parete Nord della montagna. Per superarla percorriamo alcuni metri non banali su neve dura. Da qui tutto cambia, tutto ha inizio. Ad un tratto i miei pensieri hanno inizio, o forse erano già cominciati senza che ne prendessi veramente coscienza. Si materializza ferma nella mia mente la consapevolezza che tornare indietro da lì, forse, sarebbe stato più complicato che proseguire. A intervalli regolari, i sensi mi riportano all’ambiente che mi circonda. Il buio mi avvolge. Il clima è buono e la condizione – mi dico – a dir poco superlativa. Anche la progressione, tutto sommato, pare buona. Saliamo in conserva seguendo le tracce di altre cordate che sono già passate di qui, facilitando senza dubbio il nostro lavoro. Siamo all’inizio delle prime difficoltà della parte bassa, la variante Messner, una goulotte di tre tiri entusiasmanti, fatti al buio più completo. Il ghiaccio è buono, ci si protegge quando si può. Si sale. Siamo quasi a metà parete, quando il mio fisico decide di ribellarsi. Sento che già non ha più resistenza. Da qui inizia la parte più tecnica, più complicata. Chiedo al compagno se può andare avanti lui per qualche tiro. Io, al momento, devo solo pensare a recuperare le energie per andare avanti e scalare. La mia mente non deve cedere alla ribellione del mio corpo. Procedo aggrappandomi esclusivamente a concentrazione e tenacia. Quelle che forse fino ad oggi ho solo creduto di avere, ma non ho mai usato davvero. Forse – rifletto – perché prima d’ora non ne avevo mai avuto realmente bisogno.

Ho attraversato attimi difficili che finalmente mi lascio alle spalle. Ora inizio a riconoscermi, ma mi rendo conto che non è ancora tempo di rilassarsi. Devo continuare a lottare: ogni movimento è comunque calcolato, ogni cosa che faccio crea pensieri diretti in un’unica precisa direzione che rischia di inghiottirmi – …Dobbiamo uscire e poi penseremo a scendere… – mi ripeto.  Poco dopo i tre quarti di salita, oramai, il mio corpo si è abituato alla sensazione, alla montagna, e riprendiamo finalmente la salita in alternata. La mia mente è tornata ad essere lucida come la ricordavo. In realtà, a dire il vero, credo di non aver mai perso appieno la lucidità. Probabilmente, se ciò mi fosse capitato, ci saremmo trovati in grossi guai. Invece ho mantenuto i nervi saldi, ho fatto prevalere la ragionevolezza, la consapevolezza che in un momento di difficoltà fosse meglio apparire più deboli e lasciare andare avanti il compagno. Del resto, dopo tutto, cosa è un segno di debolezza in confronto alla vita stessa? Nulla. Ne sono fermamente convinto, ancor più dopo questa esperienza.

Ci siamo. Si vedono gli ultimi cento metri di nevaio che portano alla guancia da dove inizierà la nostra lunga discesa. Vedo la destinazione, ma è comunque doloroso arrivare. Prendo conforto. Il compagno già è al sole. Questo vuol dire che ha già lo sguardo rivolto verso la parete sud, quella che con circa tre ore di doppie ci permetterà di arrivare al ghiacciaio alla base del versante opposto. La stessa parete che durante la discesa del luglio 1978 costò la vita a Jean Ginat, in occasione della prima ascensione della via che porta il suo nome. Davanti a noi la cordata che ha preceduto la nostra salita o – per meglio dire – che ha condiviso con noi l’ascensione. In fin dei conti, infatti, è stata proprio una progressione parallela.

L’ultima calata e arriviamo alla crepacciata terminale della parete sud. Le braccia ormai stanche recuperano l’ultima doppia. Non è ancora il momento di lasciarsi andare. Da qui, mancano ancora tre ore di faticoso cammino per raggiungere il rifugio invernale. Fortunatamente procediamo sempre in discesa. In discesa verso quel momento che riorganizzi le idee e capisci che una grande sfida è stata vinta, un’emozione incredibile che solo grandi montagne sanno offrire.

Queste poche righe non rendono neppure in minima parte ciò che ho provato al cospetto di quella parete fredda e austera. Mentre le scrivo, riguardo le fotografie di quel giorno e ancora, dopo anni, non mi capacito fino in fondo di aver scalato una Montagna, una di quelle che fanno parte delle grandi classiche delle Alpi, una Nord considerata fra le pietre miliari dell’alpinismo. Scalata in invernale, con condizioni strepitose – ricordo ancora quasi primaverili. Un alpinismo invernale che di facile non ha nulla per me alpinista di città.

Massimo Fogazzi

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